mercoledì 23 luglio 2014

Le cose che racconti e quelle che fai

"Particelle familiari" è un libro che non piacerà alle minoranze. A certi giornalisti, per esempio, quelli che non amano leggere le cose che scrive uno scienziato perché ritengono di essere gli unici in grado di scriverle. Ci hanno il know-how, come diceva la nonna di Berlusconi a Berlusconi: ci hai il know-how Silvio, solo tu ci puoi salvare. Non piacerà a certi intellettuali, ammesso che questa parola, intellettuale, significhi qualcosa. Non piacerà perché è percorso dalla voglia spiegare le cose, un vizio maledetto che è proprio di chi pratica la scienza e che alcuni, professionisti di qualcos'altro, interpretano come supponenza, si sentono cioè messi sotto e si ribellano, scomposti. Valle a spiegare ai tuoi allievi queste cose, a noi interessa altro, ci facciamo domande, noi, che son ben più importanti, noi scaviamo, cerchiamo retroscena e quest'aria da primi della classe (soprattutto di voi fisici, che non vi sopporta nessuno) ve la vogliamo far smettere. 
   Ora, me ne rendo conto, sto discutendo di cose irrilevanti e rischio di far incazzare Marco se lo trascino in polemiche che non lo riguardano e quindi smetto subito. Smetto anche perché sento la necessità di dire alcune cose. La prima è che l'autore di questo libro è una persona seria, ha cura di quello che fa e che scrive, una cosa che potete verificare direttamente scorrendo le pagine del suo blog, leggendo le discussioni che animano i suoi post. La seconda è che questo libro qua, Particelle familiari, è un libro che, se non rischiassi d'apparire retorico, definirei pieno d'umanità. È un racconto che intreccia lo svolgersi di due imprese, che non puoi dire quale sia la più importante, se lo è quella che si dipana a cento metri di profondità tra le macchine più sofisticate che l'uomo abbia potuto concepire, almeno fino ad oggi, o quella che s'affronta in superficie, la responsabilità verso quello che molte donne e uomini provano a costruire tutti i giorni e assieme da sempre. Quello che m'è piaciuto di più, leggendolo quando ancora era spacchettato in tanti pdf, è il senso di normalità che lo pervade che a esser normali dentro a eventi eccezionali, mi son detto, dev'essere davvero difficile. Non intendo armarmi con la consumata retorica della famiglia (o qualunque cosa possa essere, qualunque tipo di rapporto non mediato da bosoni) che regala "normalità" a chi ne ha bisogno per via del suo lavoro eccezionale, intendo proprio la ricerca dell'equilibrio, la consapevolezza del fatto che dare un senso alle cose è un processo che costa fatica, ha bisogno di cura, di partecipazione, di quotidianità. 
    Quando qualcuno che vi s'addormenta accanto vi dirà "voglio costruire una nave volante, che arrivi fino alle stelle", proprio in quel momento lì, solleverete la testa e socchiudendo gli occhi vi regalerete un respiro profondo e un sorriso.