
Ieri
OggiScienza ha rilanciato un sondaggio della rivista "Science" attraverso il quale alcuni giovani scienziati si sono espressi riguardo alla quota di tempo che a loro parere si deve dedicare ad attività "non di ricerca" (prevalentemente attività di "divulgazione scientifica"). I
risultati li trovate nel sito, niente che possa autorizzare un'analisi che abbia qualche significato, ma potete provare a rispondere anche voi.
Sul termine "divulgazione" ho detto la mia in decine di occasioni, qui invece vi voglio segnalare
l'intervento di Enrico Bernieri sul portale di
(cattiva) scienza in TV, l'iniziativa "antibufala" che tanto successo sta avendo in queste ore (
qui trovate il gruppo su feissbuc dove viene riportato in tempo reale tutto quello che accade e, una volta che vi trovate li, datemi una mano a sostenere
Cosmo). Enrico scrive: "
A parte casi sporadici e spontanei, manca nella nostra cultura e nella formazione dei nostri scienziati, questa educazione alla comunicazione, vista non come accessorio, ma come ingrediente essenziale. Una visione che avevano chiarissima, ben trecentoquarantotto anni fa, i fondatori della Royal Society – la prima società scientifica della storia, fondata a Londra nel 1662 e di cui Isaac Newton fu uno dei primi presidenti – che si proponevano di promuovere, e soprattutto comunicare la nuova scienza". Comunicare sperando di non divulgare mai più perché comunicare è dialogare con un pubblico consapevole e critico, con persone che hanno avuto la fortuna di essere educate da una Scuola che funziona. Il ricercatore non si può sostituire all'educatore. Il ricercatore, nella sua ansia di trovare risposte, comunica il suo mondo. Lo sforzo che deve fare è quello di comunicarlo bene non di reinventarsi la formazione scientifica dell'interlocutore. E' un problema che va ben oltre la Scienza.
Ieri, io e messer
Popinga siamo stati intervistati da Fabio de Sicot (
jolek) per
Caccia al Fotone di RadioCitta'Fujiko (non sappiamo ancora se e quando andrà in onda questa cosa, io ho parlato a ruota libera e smentirò tutto quello che ho detto, anche se registrato) ed una delle domande che Fabio mi ha fatto è stata proprio questa: "
Perché trasmissioni come Voyager hanno successo molto più di trasmissioni come SuperQuark?". Perché il terreno è fertile, porca miseria, le risposte sono misteriose, intriganti. Come gli oroscopi. Li leggono tutti gli oroscopi. A nessuno è richiesto di capire. Relax, niente fatica, cervello spento.
Il successo di
(cattiva) scienza in TV è il suo giocare con ironia con queste robe e provare a costruire consapevolezza attraverso il gioco. Non basta però, è una consapevolezza effimera, se non si studia. E si studia, soprattutto, da giovani.
Basta, la smetto con questa cronaca mattutina, non prima però di segnalare anche io questa cosa orrenda che riguarda Città della Scienza di Napoli, il rischio che venga chiusa. Questo è l'
appello per salvare il più grande museo scientifico d’Italia. Ma dove stiamo precipitando?