venerdì 26 novembre 2010

Le parole che non dovrei dirti

Esattamente un anno fa Carl Zimmer, uno dei più importanti scrittori di cose di scienza, uno che scrive su robe tipo New York Times, National Geographic, Scientific American, autore di libri celebrati, ha pubblicato sul suo blog "The Loom" un post che contiene l'elenco delle parole che dovrebbero essere evitate da chiunque voglia scrivere di scienza con la speranza di farsi capire. Il punto di vista di Zimmer, da non-scienziato ma da comunicatore scientifico (che mi fa un po' schifo questo termine, pare "informatore scientifico", quel tizio in giacca, cravatta e valigia che incontrate dal medico di famiglia e allunga inutilmente il vostro tempo di attesa), è che chiunque aspiri ad essere letto da persone che non vengono pagate per farlo debba "spiegare la scienza in modo chiaro ed elegante, non affidandosi al gergo scientifico, alle parole in codice, agli eufemismi stucchevoli, ai cliché senza senso". Qualche esempio: anomalo, contesto, impatto (come verbo), interfaccia (specialmente come verbo), metodologia, multiplo (nel senso di "molti"? Allora usate "molti"), ortogonale, gli scienziati hanno imparato in questi ultimi anni che ... (un modo per evitare di spiegare cosa è successo), sostenibilità, Noi (tipo “Noi ora sappiamo che...” includendo così i vostri lettori molti dei quali ancora non lo sanno). Questo problema, la ricerca della qualità della scrittura, è fondamentale sia per chi fa la professione di giornalista scientifico sia per i blog che si rivolgono ad un pubblico non specializzato. Se il blog è gestito da un ricercatore che parla ad un pubblico di colleghi o di studenti, il racconto si nutre del gergo "scientifico" perché questo permette di andare dritti al punto, si tratta di termini riconosciuti e riconoscibili che possono essere interpretati nella maniera corretta ma questo stesso materiale diventa una barriera insormontabile per la comprensione del testo quando è diretto ad un pubblico più vasto. Se l'ipotesi di Ed Yong su "Not Exactly Rocket Science" che il 90% dei blog scienza può essere compreso da non più del 10% delle persone è corretta diventa necessario trovare un modo per evitare il gergo, non tanto vietare le parole, ma trovare delle alternative "più semplici". Il problema è serio. Quando, ad esempio, uso la parola "correlazione", questa ha (dovrebbe avere) un significato ben preciso. Posso chiarirlo tutte le volte che la scrivo? Posso davvero evitare di scriverla? Qual è il surrogato della parola "correlazione"? Ne ho parlato spesso su questo blog di come l'arte di raccontare la scienza comprenda la capacità di saper gestire le "approssimazioni", un po' come quando uno scienziato, alle prese con un problema complesso e troppo vasto, butta via tutti gli orpelli e si concentra sul cuore della faccenda, approssima ed allo stesso tempo traccia i limiti di validità delle sue affermazioni. Ma approssimare è davvero un arte, è la mucca che diventa una sfera e sapere che, entro certi limiti, va bene così, è grossolano ma sostanzialmente corretto. Il compromesso non è solo inevitabile, è necessario per costruire la conoscenza, tanto per la scienza quanto per la comunicazione scientifica. A meno di non voler fare gli snob, i puristi del linguaggio scientifico a tutti i costi. Paradossalmente chi invoca "precisione" (e non rigore, che è cosa diversa, spesso c'è più rigore in una buona approssimazione che in chi pretende il dettaglio) nasconde una debolezza, l'incapacità nel controllo di quello che vuole comunicare, tradisce la mancanza di fiducia nei lettori. Ma lo ricorda Ed Yong che Tim Radford una regola l'ha data: "Non sopravvalutare la conoscenza del lettore e non sottovalutare la sua intelligenza".
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