mercoledì 18 maggio 2011

A chi serve l'open access?

Tra i desideri non tanto nascosti di molti ricercatori che tifano per l'open access, la libera e rapida condivisione dei risultati della ricerca da parte delle riviste che permettono il download gratuito degli articoli, c'è quello di riuscire a far aumentare il numero di citazioni che questi articoli ricevono. Questa cosa somiglia alla logica della diffusione delle informazioni sul web: più persone raggiungi, maggiore è la possibilità di ricevere link e più cresce la tua "web reputation". Nel mondo delle pubblicazioni scientifiche, se ottieni molte citazioni (i link), crescono gli indicatori bibliometrici che servono per valutarla, soprattutto quando queste sono distribuite su gran parte della tua produzione scientifica. Insomma, più favorisci l'accesso ai tuoi risultati, più ti fai conoscere, più la tua carriera ne guadagna. E' un'aspirazione legittima ma quanto è fondata? Un ricercatore del Mozambico, per citare un Paese dove probabilmente i fondi per la ricerca non sono paragonabili ai nostri, riceve un grande beneficio dal poter scaricare gratuitamente un articolo ma chi lo finanzierà per permettergli di pubblicare i suoi articoli su questo tipo di riviste? D'altra parte è ancora presto per capire cosa sta accadendo, bisogna attendere ancora qualche anno per una verifica che abbia senso, che l'open access sia più che una sperimentazione o almeno fino a quando le nuove riviste open access dei "pezzi grossi" (Nature e APS) andranno a regime. Alcuni studi preliminari ed interessanti si trovano però già in circolazione. Philip M. Davis ha pubblicato un paio di mesi fa sulla rivista della Federation of American Societies for Experimental Biology (FASEB) un'analisi della composizione del pubblico dei lettori di 3245 articoli pubblicati in 36 riviste di scienza, scienze sociali ed umanistiche. Salto la parte che riguarda il metodo statistico utilizzato - il lavoro è ben fatto, fidatevi - e passo direttamente al risultato fondamentale: gli articoli che possono essere scaricati liberamente raggiungono un pubblico più vasto di quello raggiunto dagli altri, quelli del prima pagare poi guardare, ma malgrado ciò non vengono citati più frequentemente di questi ultimi. Insomma, come fa notare l'autore, scaricare e citare sono due aspetti ben distinti del trasferimento della conoscenza scientifica, il numero di downoload misura l'interesse generale in un settore particolare della conoscenza, il numero di citazioni misura invece l'aggregazione di quella conoscenza in nuovo documento e riguarda le intenzioni, le competenze, le capacità di un pubblico più ristretto e che è sempre lo stesso, open o closed access che sia. Ora, secondo me, il punto è proprio questo, c'è chi legge (o al massimo riporta, divulga, comunica, dite come vi pare) e chi produce scienza. Se questa nuova pratica di condivisione aumenterà la platea dei lettori "esperti" ma non permetterà al nostro ricercatore del Mozambico di far sentire la sua voce allora resterà solo una rivoluzione a metà.
ResearchBlogging.org
Davis, P. (2011). Open access, readership, citations: a randomized controlled trial of scientific journal publishing The FASEB Journal DOI: 10.1096/fj.11-183988
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