Chi sbaglia i tagli
La qualità delle cose che facciamo dipende dalla qualità dell'istruzione che abbiamo ricevuto e dalla qualità degli strumenti che utilizziamo, che son cose che qualcuno ha già fatto, qualcuno che ha ricevuto un'istruzione di qualità e che ha saputo estrarre dai risultati della ricerca pura quello che serve per fare le cose di qualità.
Non c'è possibilità di istruirsi se non c'è ricerca (non solo scientifica), l'istruzione è, in ultima analisi, il racconto della costruzione del pensiero e chi ha in mente di costruire le cose deve per forza ricostruire i processi che le possono generare altrimenti, bene che vada, resta un semplice utilizzatore.
Quando un Paese è in crisi, una crisi che non è solo economica, che se fosse solo di questo tipo non sarebbe poi un gran problema, chi lo governa pensa di risolverla tagliando a fette i processi che generano il benessere, anche questo non solo economico. Si entra a piedi uniti in meccanismi complessi, forse troppo per chi ha il compito di decidere (che siano politici o economisti), e si estraggono e si conservano solo quelle parti che possono creare valore nell'immediato. Se invece degli economisti avessero messo a governarci i botanici sarebbe stato meglio, secondo me, loro lo sanno che è difficile mantenere in vita un pezzo di un organismo complesso una volta che è stato staccato dal resto. Forse è la fretta, mi pare, ma è una fretta che lascerà macerie.
Pensavo a queste cose leggendo oggi un post di Milena Cuccurullo su ROARS (clic), un post che spiega come si sta muovendo questo governo nel settore della ricerca, i colpi assestanti a certi enti e l'occhio di riguardo riservato a certi giovani istituti, il cieco spingere solo sulle ricadute tecnologiche immediate, le robe "orientate al mercato". L'Accademia buona ora è solo quella che promuove le aziendine fatte in casa, un fenomeno tutto sommato irrilevante e che non risolverà nessuno dei problemi nei quali siamo impantanati. L'unico finanziamento che si ripaga, nel breve e nel lungo periodo, è quello sull'istruzione di qualità e questa viene garantita esclusivamente da una ricerca di qualità e se negli anni passati si son buttati i soldi per mettere in piedi sedi universitarie periferiche dove si son sistemati gli scarti dell'accademia, la prima cosa da fare è chiuderle. Se non è questa spending review, ditemi, che roba è?
Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di un ritorno a vecchi modelli e che pur rendendo il sistema efficiente ed economicamente sostenibile mancherebbe ancora qualcosa, che ci sarebbe comunque bisogno di una quota di persone in grado di essere immediatamente operative, pronte ad affrontare sin da subito la sfida col mondo del lavoro. È un problema reale che ha ricevuto negli anni varie risposte, dagli stage dei laureandi nelle aziende ai contratti di insegnamento riservati a docenti "esperti" esterni che poi son diventati lo strumento per pagare i precari delle Università. Non so, io per dire a questo punto potenzierei piuttosto realtà come quella dell'ISIA, Università pubbliche a numero chiuso dove non esiste neanche un docente di ruolo ma solo professionisti pagati per insegnare e portare alla laurea i ragazzi attraverso un percorso semi-professionale. È una roba che ha senso? Esiste una soluzione migliore? Pensateci accidenti e subito, invece di continuare a proporre sempre le solite ricette e ripetere sempre gli stessi errori.




2 commenti:
Eh, mio caro, tu stai riproponendo una sorta di "Università di serie A e di serie B", un'idea che ha tanta opposizione nel mondo accademico, soprattutto "umanistico" ma anche scientifico. Gente che contesta radicalmente "le università al servizio delle aziende", anni e anni di lotte dei comitati studenteschi, sempre con gli stessi slogan. Quando poi alla fine la realtà è quella, se ne facciano una ragione.
direi due modelli che possono convivere e litigare, che dal confronto possono nascere cose buone
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