giovedì 12 luglio 2012

L'articolato pensiero e un bosone impostore

Io, da quando scrivo cose leggere di scienza, leggere per me, per voi non so, le leggo pure. 
   Prima no, mai letto nulla, mai un libro di divulgazione scientifica, mai un articolo su un giornale, solo in casi eccezionali, magari qualche intervista a qualcuno che conoscevo. I libri non li leggo neanche ora, per la verità, a parte quelli degli amici o dei semplici conoscenti, ma è un modo per passare un po' di tempo con loro, visto che gli amici, e i semplici conoscenti, quelli che scrivono i libri, non li vedo mai. Gli articoli invece li divoro, son più brevi, mi lasciano il tempo di fare altro, i libri, eh, evito di leggerli perché se comincio poi non finisco, son capace di passarci giornate intere e non me lo posso permettere. E così, a furia di leggere, mi son fatto l'idea - è un'idea mia, potrei sbagliarmi - che i giornalisti che si occupano di scienza in Italia scrivono tutti allo stesso modo, come se ci fosse nei loro cassetti un librino sconosciuto ai non iniziati che detta le regole del buon comunicatore da periodico. Regola numero uno: titolo populista con strizzata d'occhio. Regola numero due: il primo periodo deve contenere tutta l'informazione, il resto è dedicato a riscrivere, diluite, le stesse cose. Regola numero tre: utilizzare sempre esempi e analogie con robe della vita quotidiana anche se non c'entrano un cazzo. Regola numero quattro: non fare gli spiritosi, la gente non capisce. Più o meno son queste le regole, ora non mi viene in mente altro.
   Io questa cosa, ve lo voglio proprio dire, non la capisco. Capisco che un giovane alle prime o alle seconde armi si veda stravolto il pezzo da chi gli sta sopra, in genere uno che di scienza non sa nulla, e amen, zitto e pedalare, non capisco invece i giornalisti affermati, quelli che potrebbero sperimentare un modo di scrivere diverso, più personale, secondo me. Prendete ad esempio Giovanni Caprara, firma di punta del Corriere della Sera, Giovanni Caprara ha scritto questo pezzo, "Il Bosone di Higgs? Non è la particella di Dio", che su quel librino ci finirà nell'appendice come esempio classico. Giovanni Caprara, giornalista scientifico dell'anno 2010, ha scoperto questo preprint, Have we observed the Higgs (imposter)?, e ne ha scritto senza entrare nel merito delle questioni scientifiche, ma per dire che gli americani sono invidiosi dei risultati del CERN ("Ci sembra che dietro l’ipotesi si nasconda un articolato pensiero che mira a ridimensionare la scoperta del Cern la quale brucia tremendamente agli americani."). La regola numero uno è rispettata e la tre si mostra in tutto il suo splendore ("Per dare sostanza alla sua visione diversa l’americano, come un bravo avvocato d’accusa che usa le carte difensive presentate dall'accusato per dimostrarne la colpa, utilizza i segnali anomali raccolti in due casi nei decadimenti per ipotizzare che si tratti di una particelle differente"). Non so, secondo me la colpa è di chi ha dato quel titolo al preprint, è stato messo lì apposta, mi pare, e la gente ci è cascata, è solo un preprint però, uno su centinaia che affrontano tutti lo stesso argomento in un modo o nell'altro.  È una notizia o solo il pretesto per fare un po' di pettegolezzo, quel gossip che piace tanto ai giornali, quelli con boxino morboso sulla destra?
   Clicca, dì che ti piace, c'è il vip in spiaggia e gioca col secchiello

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6 commenti:

.mau. ha detto...

beh, i giornalisti che scrivono di scienza nel mondo anglosassone scrivono tutti nello stesso (anche se diverso da quello italiano) modo.

In realtà non mi dà troppo fastidio il titolo più o meno ammiccante, è un modo per attirare il lettore. Che il primo paragrafo abbia la notizia è una cosa che mi porto dietro da Wikipedia, e mi sta benissimo. Il vero guaio è nel restante 90% dell'articolo: diciamocelo. Un giornalista dovrebbe spiegare la notizia, approfondirla, e via discorrendo: non ribollirla.

Peppe Liberti ha detto...

In questo caso poi si è costruito un ragionamento (?) su un titolo altrettanto ammiccante e se fossi editor della rivista a cui mandano il preprint per prima cosa cambierei quello. In ogni caso questo modo di fare giornalismo scientifico - a tesi - non mi piace.

Juhan ha detto...

La regola n.2 la insegnano a scuola e si chiama piramide rovesciata (o capovolta).
OK, quasi.

Marco ha detto...

C'è un corollario alla regola due: l'informazione nel primo paragrafo deve essere se possibile sbagliata, altrimenti almeno vergognosamente approssimata. Tanto il pubblico è stupido, non capisce, e dimentica in fretta.

tiztiz ha detto...

Il problema è che sulla stampa generalista tengono di conto che il lettore italiano dalle idee confuse è terrorizzato dall'idea che qualcuno gliele possa chiarire, dal momento che dentro quelle brume si diverte un sacco e può credere a quello che vuole.

Antonello Maiolino ha detto...

credo che la faccenda riguardi tutta l'informazione, ovvero, deve essere risolutiva, non lasciare dubbi, risolvere nel lettore (o ascoltatore) tutto il mistero o la curiosità che il titolo (roboante) richiama, spesso deludendo le attese, ma lasciando sempre in bocca quel sapore di...non ho bisogno di sapere altro.

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